SAN BERNARDO DA CHIARAVALLE
San Bernardo, tra gli spiriti e i personaggi più autorevoli e originali della storia occidentale, fu senza dubbio il santo e il genio del XII secolo, il protagonista non solo della vita dell’Ordine Cistercense, ma anche delle vicende ecclesiastiche, delle controversie teologiche e monastiche, della politica del papato di quel tempo: predico' nel 1142 la seconda crociata, sostenne e promosse l’Ordine Cavalleresco dei Templari. Non a caso, dunque, fu chiamato con l'appellativo di "ultimo dei Padri della Chiesa".
Egli nacque nel 1090 nel castello paterno di Fontaines-lès-Dijon in Borgogna. Ad otto anni circa, Bernardo fu affidato alla scuola cattedrale dei Canonici di Saint Vorles in Châtillon, dove, secondo il cronista «amava restare in disparte, timido, poco incline alla conversazione, mirabilmente raccolto, gentile ed obbediente, modesto, dedito al servizio di Dio e vigile nel conservare pura la propria fanciullezza». La scuola dei Canonici di Châtillon era, in quel tempo, una delle istituzioni più prestigiose della Borgogna, dove lo studio degli scrittori latini costituiva l'elemento fondamentale del curriculum umanistico, ma non includeva il pensiero greco, ancora poco studiato in Occidente.
Dopo la morte della madre, avvenuta nel 1107, Bernardo avvertì un senso di vuoto interiore e di impotenza di fronte alla vita. Aveva 17 anni, e fece anche una certa esperienza di vita socialmente brillante. Tra il fragore delle armi e le seduzioni del mondo, Bernardo sentiva, con crescente insistenza, il richiamo di Dio per la quiete e la pace del chiostro.
Nel 1112 bussò, insieme ai suoi confratelli alle porte di Cîteaux e giurò all'abate Stefano Harding di osservare la Regola di San Benedetto. L'abate accolse sicuramente con gioia questo gruppo e seppe discernere la ricchezza della personalità di Bernardo e dargli fiducia, anche se, sotto molti aspetti, si scoprì tra loro una notevole differenza di temperamento. Un esempio è la divergenza di opinione sul concetto di estetica: per Stefano verteva più sul visivo, in conformità alle arti plastiche - sono testimoni a questo proposito i manoscritti con miniature che datano del suo abbaziato - invece, per Bernardo l'estetica si apprezzava con l'orecchio e con la voce, attraverso la musica e l'ascolto - essenzialmente ascolto della Parola di Dio, del Verbo di Dio che si rivolge al monaco al quale non è permesso distrarsi.
Anche a Cîteaux, nonostante l'austerità, Bernardo non riusciva ancora a soddisfare l'anelito per la perfezione spirituale. Considerava come perduto il tempo concesso al sonno ed aveva perso ogni desiderio del cibo: si nutriva solo per evitare di svenire. Trascorreva molto del suo tempo a studiare la Sacra Scrittura e le opere dei Padri della Chiesa, senza trascurare il lavoro nei campi. Bernardo aveva un grande amore per la natura che ammirava e considerava un mezzo di comunicazione con Dio.
L'arrivo di Bernardo con i suoi trenta compagni segnò una svolta nella storia di Cîteaux e dell'Ordine Cistercense.
Nel 1113 fu fondata la prima casa figlia La Fertè, nel 1114 fu eretta Pontigny e nel 1115 Clairvaux, sotto la guida di Bernardo, dove rimarrà per tutta la vita come abate. L'abbazia di Clairvaux fu edificata nel fondo di una valle - «Benedictus montes, Bernardus valles amabat» - perché il desiderio di solitudine e l'esigenza di nascondimento sono stati i criteri che hanno presieduto alla scelta dei siti delle prime fondazioni cistercensi.
Nel 1116, all'età di 26 anni Bernardo fu ordinato sacerdote e ricevette la benedizione abbaziale. Divenne grande amico del celebre maestro Guglielmo di Champeaux, considerato con lo stesso Bernardo, con Elredo di Rievaulx e con Guerrico d'Igny, uno dei 'quattro grandi Padri' della spiritualità cistercense. Grazie alla grande spiritualità di Bernardo, alla sua purezza e semplicità, l'abbazia di Clairvaux appariva come «la cittadella dello spirito».
Nel 1118 Clairvaux fondò la sua prima casa figlia, e, durante trent' anni circa, il ritmo delle fondazioni è di due monasteri all'anno, attraverso tutta la cristianità occidentale ad eccezione dell'Europa centrale. Alla morte di Bernardo, nel 1153, l'Ordine di Cîteaux può contare 345 monasteri, di cui 167 risalenti a Clairvaux, che si tratti di fondazioni o di monasteri che hanno chiesto di essere incorporati all'Ordine. Bernardo stesso affermava: «Ardere et lucere perfectum» (la perfezione consiste nel bruciare e nel brillare della carità), affermazione che racchiude tutta la spiritualità e austerità del Santo. La salvezza di una persona, per San Bernardo, dipendeva dalla risposta ad una vocazione di cui si é intimamente convinti.
Durante la vita di Bernardo a Clairvaux furono copiati molti manoscritti. Sul finire del XII secolo Clairvaux aveva una biblioteca di 340 volumi - i manoscritti cistercensi, come le abbazie dell'Ordine, emanano un sereno spirito di vetustà e traspirano, nella loro sublime semplicità disadorna, un senso di austerità.
Bernardo fu anche poeta alla maniera di San Francesco. Nei Sermoni, ricchi di immagini e testimonianza del suo animo profondamente poetico, Bernardo proponeva ai suoi monaci come tema di riflessione l'unione dell'anima con Dio. I monaci, la cui vita era tesa alla santità ed alla quiete interiore, trovavano nelle parole di Bernardo l'alimento necessario alla loro perfezione. Bernardo scrisse diversi trattati, ricchi di riflessione mistica, e circa cinquecento lettere, alcune delle quali sono da considerare veri trattati spirituali. L'esempio più brillante é 'L'amore di Dio, il suo contributo alla spiritualità cistercense'.
La Lactatio di San Bernardo, affresco nella chiesa abbaziale di Rivalta Scrivia (Alessandria)
Un altro grande contributo di Bernardo alla spiritualità dell'Ordine fu la sua devozione per la Madre di Dio. La tradizione di chiudere la giornata con il canto Salve Regina, dopo la Compieta, ha avuto inizio nei monasteri cistercensi, da cui si é propagata in tutto il mondo cristiano. Il trattato 'Memorare' può essere considerato il compendio della devozione di Bernardo verso Maria. Per Bernardo, Maria, la 'Madre di Dio', non era un'astratta formula dottrinale, ma 'madre' prima di tutto, un tramite necessario voluto da Dio: senza di lei non c'è salvezza per l'eternità.
Durante i primi dieci anni a Clairvaux, Bernardo visse nel ritiro della vita monastica. Il suo influsso, però, attraverso le lettere che egli scriveva, si andava allargando. Il suo prestigio spirituale cominciava a prendere le redini della storia del XII secolo.
Nel 1128 partecipò, sebbene molto malato, al concilio di Troyes, e presenziò all'approvazione dell'Ordine dei Cavalieri del Tempio. Ai suoi occhi l'ideale di questo nuovo Ordine, che fondeva cavalleria e monachesimo, appariva come il vertice della perfezione umana.
L'anno 1130 è una data chiave per la vita di Bernardo: fino ad ora si è unicamente consacrato alla vita della sua comunità e del suo Ordine, ora entra, in modo attivo e decisivo, nella vita della Chiesa, aiutando a risolvere una situazione di crisi; alla morte di papa Onorio II, furono eletti, da due fazioni avverse, altrettanti papi: Innocenzo II e Anacleto II. Il primo fu costretto a fuggire e si rifugiò in Francia, a Cluny. Il re francese Luigi VI, per un pronunciamento sulla legittimità di elezione, convocò un Concilio ad Etampes al quale fu invitato anche Bernardo. Si stabilì che il pronunciamento di Bernardo dovesse essere accettato come espressione del Concilio. Bernardo si pronunciò per Innocenzo II quale papa legittimo, il quale così ottenne il riconoscimento dal re Luigi VI, da Enrico d'Inghilterra, dall'imperatore di Germania, Lotario.
Bernardo era così divenuto guida ed arbitro, rispettato e temuto, degli avvenimenti europei. Dal 1131 al 1133 seguì il papa Innocenzo consigliandolo ed aiutandolo nella riconquista della sede papale a Roma. Da quel momento, sempre più spesso la Chiesa lo chiamò per risolvere difficili dispute di potere. Sicuramente grande era l'ascendenza di Bernardo sui cavalieri del tempo, uomini forti, disposti ad ogni avventura, sensibili però ai forti ideali dello spirito. Il fascino della grande personalità di Bernardo fu motivo di numerose conversioni anche tra i potenti. Al culmine del prestigio politico, dopo aver portato a termine l'unificazione della Chiesa cattolica, egli si ritirò con gioia nella solitudine di Clairvaux.
In una lettera del 1142, Bernardo esprimeva il desiderio di lasciare Clairvaux solo per partecipare al Capitolo Generale, una volta l'anno. Oramai le forze lo stavano abbandonando. Nonostante questo suo desiderio, nel 1145 percorse la Languedoc per porre termine agli errori degli eretici e nel 1147 il papa Eugenio III, già abate cistercense delle Tre Fontane, lo incarica di predicare la seconda crociata. Così Bernardo predicò in Francia e in Germania raccogliendo un nuovo esercito destinato ad uno sfortunato destino. Bernardo accettò la sconfitta cristiana in Terra Santa come una prova di fede. Ancora una volta aveva sperimentato che le vie di Dio non coincidono con quelle dell'uomo.
Gli ultimi anni di Bernardo, ormai malato, passarono in attesa della morte. Nonostante ciò notizie di sempre nuove eresie lo chiamarono all'opera fino alla vigilia della fine, sopraggiunta il 20 agosto 1153.
Senza di lui, il secolo XII sarebbe stato, forse, diverso: ha consigliato papi, re, ed é stato una guida per gli uomini del suo tempo. Guglielmo di Champeaux, nella biografia del Santo 'Vita Prima' scrive che Bernardo «portò il XII secolo sulle sue spalle».
La storia ecclesiastica del secondo quarto del secolo XII (1123-1153) si compendia nella persona carismatica di Bernardo «Non c'è, infatti, avvenimento cui san Bernardo non sia stato interessato: Oriente ed Occidente, Chiesa e società laica, clero secolare e regolare hanno subìto l'impronta del suo genio: papi, vescovi, re, signori, contadini, operai sono stati a diverso titolo, rimproverati, moderati, flagellati come anche confortati, esortati, incoraggiati, infiammati da questo monaco ardente e impetuoso, vero inviato di Dio per strappare gli uomini al peccato, all'iniquità e al vizio, per attirarli, in seguito, verso le più alte vette dell'ideale cristiano».
Bernardo è passato alla storia soprattutto per l'apporto e l'influsso del suo pensiero, dell'esperienza di mistico che permeò tutto il basso medioevo e riaffiorò, in esigenza di autenticità e di esperienza del divino, alla metà del XV secolo nella theologia cordis, nella devotio catholica: «L'influsso religioso nei suoi tempi fu enorme; da lui dipesero tutti i mistici del medioevo e a lui attinsero a piene mani: lo si leggeva, lo si studiava quasi come sant'Agostino».
La comprensione di Bernardo è legata all'aspirazione, all'esperienza, all'ideale della vita monastica come espressione più alta della vita cristiana. Bernardo fu uomo di azione a causa delle circostanze e suo malgrado: «Egli volle essere monaco, monaco anzitutto e sempre,non aspirando che alla meditazione delle cose divine, alla pratica dell'ascetismo che, mortificando la carne e lo spirito, permette di raggiungere quel Gesù crocifisso che egli considerava compendio di tutta la sua filosofia».
L'ideale monastico di Bernardo è intimamente collegato al chiostro cistercense. Se il monachesimo è l'apice della perfezione cristiana, l'aspirazione alla vita monastica è correlata direttamente al monastero cistercense, agli ideali cistercensi, al movimento cistercense: «Extra Cistercium nulla salus».
Il primo abate di Clairvaux ha dato all'Ordine cistercense un respiro universale, permeandolo di profonda sensibilità ecclesiale. Per inclinazione e intenzione egli fu sempre un monaco; visse con forte intensità ecclesiale l'impegno dell'azione sostenuto dalla ricchezza della contemplazione.
Nel 1830, Pio VIII lo insignisce del titolo di Dottore della Chiesa. La santità di Bernardo e i suoi scritti, costituiscono l'eredità e il patrimonio dell'Ordine cistercense che sopravvive a più di otto secoli di storia. Il messaggio di San Bernardo agli uomini del nostro tempo, affamati di felicità e amore é sicuramente in questo brano del trattato 'L'amore di Dio': «Il cammino di questo pellegrinaggio terreno non si può chiamare tale se la ricerca della felicità non esce dal meschino cantuccio dell'egoismo, per immergersi nella volontà di Dio».
Fonte :
http://www.edizionielettriche.com/cistercensi/ordine/bernardo.html
http://www.mercurio.it/ales/abbazia/bernardo.htm
http://www.artcurel.it/ARTCUREL/PERSONAGGI/sanbernardodachiaravalle.htm
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domenica 30 novembre 2008
Teresa Benedetta della Croce Edith Stein
Teresa Benedetta della Croce Edith Stein (1891-1942)
monaca, Carmelitana Scalza, martire
" Ci inchiniamo profondamente di fronte alla testimonianza della vita e della morte di Edith Stein, illustre figlia di Israele e allo stesso tempo figlia del Carmelo. Suor Teresa Benedetta della Croce, una personalità che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo, una sintesi ricca di ferite profonde che ancora sanguinano; nello stesso tempo la sintesi di una verità piena al di sopra dell'uomo, in un cuore che rimase così a lungo inquieto e inappagato, "fino a quando finalmente trovò pace in Dio"", queste parole furono pronunciate dal Papa Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di Edith Stein a Colonia, il 1° maggio del 1987.
Chi fu questa donna?
Quando il 12 ottobre 1891 Edith Stein nacque a Breslavia, quale ultima di 11 figli, la famiglia festeggiava lo Yom Kippur, la maggior festività ebraica, il giorno dell'espiazione. " Più di ogni altra cosa ciò ha contribuito a rendere particolarmente cara alla madre la sua figlia più giovane ". Proprio questa data della nascita fu per la carmelitana quasi un vaticinio.
Il padre, commerciante in legname, venne a mancare quando Edith non aveva ancora compiuto il secondo anno d'età. La madre, una donna molto religiosa, solerte e volitiva, veramente un'ammirevole persona, rimasta sola dovette sia accudire alla famiglia sia condurre la grande azienda; non riuscì però a mantenere nei figli una fede vitale. Edith perse la fede in Dio. " In piena coscienza e di libera scelta smisi di pregare ".
Consegui brillantemente la maturità nel 1911 ed iniziò a studiare germanistica e storia all'Università di Breslavia, più per conseguire una base di futuro sostentamento che per passione. Il suo vero interesse era invece la filosofia. S'interessava molto anche di questioni riguardanti le donne. Entrò a far parte dell'organizzazione " Associazione Prussiana per il Diritto Femminile al Voto ". Più tardi scrisse: " Quale ginnasiale e giovane studente fui una radicale femminista. Persi poi l'interesse a tutta la questione. Ora sono alla ricerca di soluzioni puramente obiettive ".
Nel 1913 la studentessa Edith Stein si recò a Gottinga per frequentare le lezioni universitarie di Edmund Husserl, divenne sua discepola e assistente ed anche conseguì con lui la sua laurea. A quel tempo Edmund Husserl affascinava il pubblico con un nuovo concetto della verità: il mondo percepito esisteva non solamente in maniera kantiana della percezione soggettiva. I suoi discepoli comprendevano la sua filosofia quale svolta verso il concreto. " Ritorno all'oggettivismo ". La fenomenologia condusse, senza che lui ne avesse l'intenzione, non pochi dei suoi studenti e studentesse alla fede cristiana. A Gottinga Edith Stein incontrò anche il filosofo Max Scheler.
Quest'incontro richiamò la sua attenzione sul cattolicesimo. Però non dimenticò quello studio che le doveva procurare il pane futuro. Nel gennaio del 1915 superò con lode l'esame di stato. Non iniziò però il periodo di formazione professionale.
Allo scoppiare della prima guerra mondiale scrisse: " Ora non ho più una mia propria vita". Frequentò un corso d'infermiera e prestò servizio in un ospedale militare austriaco. Per lei furono tempi duri. Accudisce i degenti del reparto malati di tifo, presta servizio in sala operatoria, vede morire uomini nel fior della gioventù. Alla chiusura dell'ospedale militare, nel 1916, seguì Husserl a Friburgo nella Brisgovia, ivi conseguì nel 1917 la laurea " summa cum laude " con una tesi "Sul problema dell'empatia".
A quel tempo accadde che osservò come una popolana, con la cesta della spesa, entrò nel Duomo di Francoforte e si soffermò per una breve preghiera. " Ciò fu per me qualcosa di completamente nuovo. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti, che ho frequentato, i credenti si recano alle funzioni. Qui però entrò una persona nella chiesa deserta, come se si recasse ad un intimo
colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l'accaduto ". Nelle ultime pagine della sua tesi di laurea scrisse: " Ci sono stati degli individui che in seguito ad un'improvvisa mutazione della loro personalità hanno creduto di incontrare la misericordia divina". Come arrivò a questa asserzione?
Edith Stein era legata da rapporti di profonda amicizia con l'assistente di Husserl a Gottinga, Adolf Reinach e la sua consorte. Adolf Reinach muore in Fiandra nel novembre del 1917. Edith si reca a Gottinga. I Reinach si erano convertiti alla fede evangelica. Edith aveva una certa ritrosia rispetto all'incontro con la giovane vedova. Con molto stupore incontrò una credente. " Questo è stato il mio primo incontro con la croce e con la forza divina che trasmette ai suoi portatori ... Fu il momento in cui la mia irreligiosità crollò e Cristo rifulse ". Più tardi scriverà: " Ciò che non era nei miei piani era nei piani di Dio. In me prende vita la profonda convinzione che-visto dal lato di Dio - non esiste il caso; tutta la mia vita, fino ai minimi particolari, è già tracciata nei piani della provvidenza divina e davanti agli occhi assolutamente veggenti di Dio presenta una correlazione perfettamente compiuta".
Nell'autunno del 1918 Edith Stein cessò l'attività di assistente presso Edmund Husserl. Questo poiché desiderava di lavorare indipendentemente. Per la prima volta dopo la sua conversione Edith Stein visitò Husserl nel 1930. Ebbe con lui una discussione sulla sua nuova fede nella quale lo avrebbe volentieri voluto partecipe. Poi scrisse la sorprendente frase: " Dopo ogni incontro che mi fa sentire l'impossibilità di influenzare direttamente, s'acuisce in me l'impellenza di un mio proprio olocausto ".
Edith Stein desiderava ottenere l'abilitazione alla libera docenza. A quel tempo ciò era cosa irraggiungibile per una donna. Husserl si pronunciò in una perizia: " Se la carriera universitaria venisse resa accessibile per le donne, potrei allora caldamente raccomandarla più di qualsiasi altra persona per l'ammissione all'esame di abilitazione ". Più tardi le venne negata l'abilitazione a causa della sua origine giudaica.
Edith Stein ritorna a Breslavia. Scrive articoli a giustificazione della psicologia e discipline umanistiche. Legge però anche il Nuovo Testamento, Kierkegaard e il libriccino d'esercizi di Ignazio di Loyola. Percepisce che un tale scritto non si può semplicemente leggere, bisogna metterlo in pratica.
Nell'estate del 1921 si recò per alcune settimane a Bergzabern (Palatinato), nella tenuta della Signora Hedwig Conrad-Martius, una discepola di Husserl. Questa Signora si era convertita, assieme al proprio coniuge, alla fede evangelica. Una sera Edith trovò nella libreria l'autobiografia di Teresa d'Avila. La lesse per tutta la notte. " Quando rinchiusi il libro mi dissi: questa è la verità ". Considerando retrospettivamente la sua vita scrisse più tardi: " Il mio anelito per la verità era un'unica preghiera".
Il l° gennaio del 1922 Edith Stein si fece battezzare. Era il giorno della Circoncisione di Gesù, l'accoglienza di Gesù nella stirpe di Abramo. Edith Stein stava eretta davanti alla fonte battesimale, vestita con il bianco manto nuziale di Hedwig Conrad-Martius che funse da madrina. "Avevo cessato di praticare la mia religione ebraica e mi sentivo nuovamente ebrea solo dopo il mio ritorno a Dio". Ora sarà sempre cosciente, non solo intellettualmente ma anche tangibilmente, di appartenere alla stirpe di Cristo. Alla festa della Candelora, anche questo un giorno la cui origine risale al Vecchio Testamento, venne cresimata dal Vescovo di Spira nella sua cappella privata.
Dopo la conversione, per prima cosa si recò a Breslavia. "Mamma, sono cattolica". Ambedue piansero. Hedwig CornradMartius scrisse: "Vedi, due israelite e nessuna è insincera" (confr. Giovanni 1, 47).
Subito dopo la sua conversione Edith Stein aspira al Carmelo ma i suoi interlocutori spirituali, il Vicario generale di Spira e il Padre Erich Przywara SJ, le impediscono questo passo. Fino alla Pasqua del 1931 assume allora un impiego d'insegnante di tedesco e storia presso il liceo e seminario per insegnanti del convento domenicano della Maddalena di Spira. Su insistenza dell'Arciabate Raphael Walzer del Convento di Beuron intraprende lunghi viaggi per indire conferenze, soprattutto su temi femminili. " Durante il periodo immediatamente prima e anche per molto tempo dopo la mia conversione ... credevo che condurre una vita religiosa significasse rinunciare a tutte le cose terrene e vivere solo nel pensiero di Dio. Gradualmente però mi sono resa conto che questo mondo richiede ben altro da noi ... io credo persino: più uno si sente attirato da Dio e più deve "uscire da se stesso", nel senso di rivolgersi al mondo per portare ivi una divina ragione di vivere ". Enorme è il suo programma di lavoro. Traduce le lettere e i diari del periodo precattolico di Newmann e l'opera " Quxstiones disputati de veritate " di Tommaso d'Aquino e ciò in una versione molto libera, per amore del dialogo con la moderna filosofia. Il Padre Erich Przywara SJ la spronò a scrivere anche proprie opere filosofiche. Imparò che è possibile " praticare la scienza al servizio di Dio ... solo per tale ragione ho potuto decidermi ad iniziare serie opere scientifiche ". Per la sua vita e per il suo lavoro ritrova sempre le necessarie forze nel convento dei Benedettini di Beuron dove si reca a trascorrere le maggiori festività dell'anno ecclesiastico.
Nel 1931 termina la sua attività a Spira. Tenta nuovamente di ottenere l'abilitazione alla libera docenza a Breslavia e Friburgo. Invano. Dà allora forma ad un'opera sui principali concetti di Tommaso d'Aquino: " Potenza ed azione ". Più tardi farà di questo saggio la sua opera maggiore elaborandolo sotto il titolo " Endliches un ewiges Sein " (Essere finito ed Essere eterno) e ciò nel convento delle Carmelitane di Colonia. Una stampa dell'opera non fu possibile durante la sua vita.
Nel 1932 le venne assegnata una cattedra presso una istituzione cattolica, l'Istituto di Pedagogia Scientifica di Miinster, dove ha la possibilità di sviluppare la propria antropologia. Qui ha il modo di unire scienza e fede e di portare alla comprensione d'altri quest'unione. In tutta la sua vita vuole solo essere " strumento di Dio ". " Chi viene da me desidero condurlo a Lui ".
Nel 19331a notte scende sulla Germania. " Avevo già sentito prima delle severe misure contro gli ebrei. Ma ora cominciai improvvisamente a capire che Dio aveva posto ancora una volta pesantemente la Sua mano sul Suo popolo e che il destino di questo popolo era anche il mio destino". L'articolo di legge sulla stirpe ariana dei nazisti rese impossibile la continuazione dell'attività d'insegnante. " Se qui non posso continuare, in Germania non ci sono più possibilità per me ". " Ero divenuta una straniera nel mondo ".
L'Arciabate Walzer di Beuron non le impedì più di entrare in un convento delle Carmelitane. Già al tempo in cui si trovava a Spira aveva fatto il voto di povertà, di castità e d'ubbidienza. Nel 1933 si presenta alla Madre Priora del Monastero delle Carmelitane di Colonia. "Non l'attività umana ci può aiutare ma solamente la passione di Cristo. Il mio desiderio è quello di parteciparvi ".
Ancora una volta Edith Stein si reca a Breslavia per prendere commiato dalla madre e dalla sua famiglia. L'ultimo giorno che trascorse a casa sua fu il 12 ottobre, il giorno del suo compleanno e contemporaneamente la festività ebraica dei tabernacoli. Edith accompagna la madre nella sinagoga. Per le due donne non fu una giornata facile. " Perché l'hai conosciuta (la fede cristiana)? Non voglio dire nulla contro di Lui. Sarà anche stato un uomo buono. Ma perché s'è fatto Dio?". La madre piange. Il mattino dopo Edith prende il treno per Colonia. " Non poteva subentrare una gioia impetuosa. Quello che lasciavo dietro di me era troppo terribile. Ma io ero calmissima - nel porto della volontà di Dio ". Ogni settimana scriverà poi una lettera alla madre. Non riceverà risposte. La sorella Rosa le manderà notizie da casa.
Il 14 ottobre Edith Stein entra nel monastero delle Carmelitane di Colonia. Nel 1934, il 14 aprile, la cerimonia della sua vestizione. L'Arciabate di Beuron celebrò la messa. Da quel momento Edith Stein porterà il nome di Suor Teresa Benedetta della Croce. Nel 1938 scrive: " Sotto la Croce capii il destino del popolo di Dio che allora (1933) cominciava ad annunciarsi. Pensavo che capissero che si trattava della Croce di Cristo, che dovevano accettarla a nome di tutti gli altri. Certo, oggi comprendo di più su queste cose, che cosa significa essere sposa del Signore sotto il segno della Croce. Certo, non sarà mai possibile di comprendere tutto questo, poiché è un segreto ". Il 21 aprile del 1935 fece i voti temporali. Il 14 settembre del 1936, al tempo del rinnovo dei voti, muore la madre a Breslavia. " Fino all'ultimo momento mia madre è rimasta fedele alla sua
religione. Ma poiché la sua fede e la sua ferma fiducia nel suo Dio ... fu l'ultima cosa che rimase viva nella sua agonia, ho fiducia che ha trovato un giudice molto clemente e che ora è la mia più fedele assistente, in modo che anch'io possa arrivare alla meta".
Sull'immagine devozionale della sua professione perpetua dei voti, il 21 aprile del 1938, fa stampare le parole di San Giovanni della Croce al quale lei dedicherà la sua ultima opera: " La mia unica professione sarà d'ora in poi l'amore".
L'entrata di Edith Stein nel convento delle Carmelitane non è stata una fuga. " Chi entra nel Carmelo non è perduto per i suoi, ma in effetti ancora più vicino; questo poiché è la nostra professione di rendere conto a Dio per tutti ". Soprattutto rese conto a Dio per il suo popolo. " Devo continuamente pensare alla regina Ester che venne sottratta al suo popolo per renderne conto davanti al re. Io sono una piccola e debole Ester ma il Re che mi ha eletto è infinitamente grande e misericordioso. Questa è una grande consolazione" (31-10-1938).
Il giorno 9 novembre 1938 l'odio portato dai nazisti verso gli ebrei viene palesato a tutto il mondo. Le sinagoghe bruciano. Il terrore viene sparso fra la gente ebrea. Madre Priora delle Carmelitane di Colonia fa tutto il possibile per portare Suor Teresa Benedetta della Croce all'estero. Nella notte di capodanno del 1938 attraversa il confine dei Paesi Bassi e viene portata nel monastero delle Carmelitane di Echt, in Olanda. In quel luogo stila il 9 giugno 1939 il suo testamento: " Già ora accetto con gioia, in completa sottomissione e secondo la Sua santissima volontà, la morte che Iddio mi ha destinato. Io prego il Signore che accetti la mia vita e la mia morte ... in modo che il Signore venga riconosciuto dai Suoi e che il Suo regno venga in tutta la sua magnificenza per la salvezza della Germania e la pace del mondo... ".
Già nel monastero delle Carmelitane di Colonia a Edith Stein era stato concesso il permesso di dedicarsi alle opere scientifiche. Fra l'altro scrisse in quel luogo "Dalla vita di una famiglia ebrea". " Desidero semplicemente raccontare che cosa ho sperimentato ad essere ebrea ". Nei confronti " della gioventù che oggi viene educata già dall'età più tenera ad odiare gli ebrei ... noi, che siamo statì educati nella comunità ebraica, abbiamo il dovere di rendere testimonianza ".
In tutta fretta Edith Stein scriverà ad Echt il suo saggio su " Giovanni della Croce, il mistico Dottore della Chiesa, in occasione del quattrocentesimo anniversario della sua nascita, 1542-1942 ". Nel 1941 scrisse ad una religiosa con cui aveva rapporti d'amicizia: " Una scientia crucis (la scienza della croce) può essere appresa solo se si sente tutto il peso della croce. Dì ciò ero convinta già dal primo attimo e di tutto cuore ho pronunciato: Ave, Crux, Spes unica (ti saluto, Croce, nostra unica speranza) ". Il suo saggio su San Giovanni della Croce porta la didascalia: " La scienza della Croce ".
Il 2 agosto del 1942 arriva la Gestapo. Edith Stein si trova nella cappella, assieme alla altre Sorelle. Nel giro di 5 minuti deve presentarsi, assieme a sua sorella Rosa che si era battezzata nella Chiesa cattolica e prestava servizio presso le Carmelitane di Echt. Le ultime parole di Edith Stein che ad Echt s'odono, sono rivolte a Rosa: " Vieni, andiamo per il nostro popolo ".
Assieme a molti altri ebrei convertiti al cristianesimo le due donne vengono portate al campo di raccolta di Westerbork. Si trattava di una vendetta contro la comunicazione di protesta dei vescovi cattolici dei Paesi Bassi contro i pogrom e le deportazioni degli ebrei. " Che gli esseri umani potessero arrivare ad essere così, non l'ho mai saputo e che le mie sorelle e i miei fratelli dovessero soffrire così, anche questo non l'ho veramente saputo ... in ogni ora prego per loro. Che oda Dio la mia preghiera? Con certezza però ode i loro lamenti ". Il prof. Jan Nota, a lei legato, scriverà più tardi. " Per me lei è, in un mondo di negazione di Dio, una testimone della presenza di Dio ".
All'alba del 7 agosto parte un carico di 987 ebrei in direzione Auschwitz. Fu il giorno 9 agosto nel quale Suor Teresa Benedetta della Croce, assieme a sua sorella Rosa ed a molti altri del suo popolo, morì nelle camere a gas di Auschwitz.
Con la sua beatificazione nel Duomo di Colonia, il 1° maggio del 1987, la Chiesa onorò, per esprimerlo con le parole del Pontefice Giovanni Paolo II, " una figlia d'Israele, che durante le persecuzioni dei nazisti è rimasta unita con fede ed amore al Signore Crocifisso, Gesù Cristo, quale cattolica ed al suo popolo quale ebrea".
http://www.vatican.va/news_services/liturgy/saints/ns_lit_doc_19981011_edith_stein_it.html
monaca, Carmelitana Scalza, martire
" Ci inchiniamo profondamente di fronte alla testimonianza della vita e della morte di Edith Stein, illustre figlia di Israele e allo stesso tempo figlia del Carmelo. Suor Teresa Benedetta della Croce, una personalità che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo, una sintesi ricca di ferite profonde che ancora sanguinano; nello stesso tempo la sintesi di una verità piena al di sopra dell'uomo, in un cuore che rimase così a lungo inquieto e inappagato, "fino a quando finalmente trovò pace in Dio"", queste parole furono pronunciate dal Papa Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di Edith Stein a Colonia, il 1° maggio del 1987.
Chi fu questa donna?
Quando il 12 ottobre 1891 Edith Stein nacque a Breslavia, quale ultima di 11 figli, la famiglia festeggiava lo Yom Kippur, la maggior festività ebraica, il giorno dell'espiazione. " Più di ogni altra cosa ciò ha contribuito a rendere particolarmente cara alla madre la sua figlia più giovane ". Proprio questa data della nascita fu per la carmelitana quasi un vaticinio.
Il padre, commerciante in legname, venne a mancare quando Edith non aveva ancora compiuto il secondo anno d'età. La madre, una donna molto religiosa, solerte e volitiva, veramente un'ammirevole persona, rimasta sola dovette sia accudire alla famiglia sia condurre la grande azienda; non riuscì però a mantenere nei figli una fede vitale. Edith perse la fede in Dio. " In piena coscienza e di libera scelta smisi di pregare ".
Consegui brillantemente la maturità nel 1911 ed iniziò a studiare germanistica e storia all'Università di Breslavia, più per conseguire una base di futuro sostentamento che per passione. Il suo vero interesse era invece la filosofia. S'interessava molto anche di questioni riguardanti le donne. Entrò a far parte dell'organizzazione " Associazione Prussiana per il Diritto Femminile al Voto ". Più tardi scrisse: " Quale ginnasiale e giovane studente fui una radicale femminista. Persi poi l'interesse a tutta la questione. Ora sono alla ricerca di soluzioni puramente obiettive ".
Nel 1913 la studentessa Edith Stein si recò a Gottinga per frequentare le lezioni universitarie di Edmund Husserl, divenne sua discepola e assistente ed anche conseguì con lui la sua laurea. A quel tempo Edmund Husserl affascinava il pubblico con un nuovo concetto della verità: il mondo percepito esisteva non solamente in maniera kantiana della percezione soggettiva. I suoi discepoli comprendevano la sua filosofia quale svolta verso il concreto. " Ritorno all'oggettivismo ". La fenomenologia condusse, senza che lui ne avesse l'intenzione, non pochi dei suoi studenti e studentesse alla fede cristiana. A Gottinga Edith Stein incontrò anche il filosofo Max Scheler.
Quest'incontro richiamò la sua attenzione sul cattolicesimo. Però non dimenticò quello studio che le doveva procurare il pane futuro. Nel gennaio del 1915 superò con lode l'esame di stato. Non iniziò però il periodo di formazione professionale.
Allo scoppiare della prima guerra mondiale scrisse: " Ora non ho più una mia propria vita". Frequentò un corso d'infermiera e prestò servizio in un ospedale militare austriaco. Per lei furono tempi duri. Accudisce i degenti del reparto malati di tifo, presta servizio in sala operatoria, vede morire uomini nel fior della gioventù. Alla chiusura dell'ospedale militare, nel 1916, seguì Husserl a Friburgo nella Brisgovia, ivi conseguì nel 1917 la laurea " summa cum laude " con una tesi "Sul problema dell'empatia".
A quel tempo accadde che osservò come una popolana, con la cesta della spesa, entrò nel Duomo di Francoforte e si soffermò per una breve preghiera. " Ciò fu per me qualcosa di completamente nuovo. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti, che ho frequentato, i credenti si recano alle funzioni. Qui però entrò una persona nella chiesa deserta, come se si recasse ad un intimo
colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l'accaduto ". Nelle ultime pagine della sua tesi di laurea scrisse: " Ci sono stati degli individui che in seguito ad un'improvvisa mutazione della loro personalità hanno creduto di incontrare la misericordia divina". Come arrivò a questa asserzione?
Edith Stein era legata da rapporti di profonda amicizia con l'assistente di Husserl a Gottinga, Adolf Reinach e la sua consorte. Adolf Reinach muore in Fiandra nel novembre del 1917. Edith si reca a Gottinga. I Reinach si erano convertiti alla fede evangelica. Edith aveva una certa ritrosia rispetto all'incontro con la giovane vedova. Con molto stupore incontrò una credente. " Questo è stato il mio primo incontro con la croce e con la forza divina che trasmette ai suoi portatori ... Fu il momento in cui la mia irreligiosità crollò e Cristo rifulse ". Più tardi scriverà: " Ciò che non era nei miei piani era nei piani di Dio. In me prende vita la profonda convinzione che-visto dal lato di Dio - non esiste il caso; tutta la mia vita, fino ai minimi particolari, è già tracciata nei piani della provvidenza divina e davanti agli occhi assolutamente veggenti di Dio presenta una correlazione perfettamente compiuta".
Nell'autunno del 1918 Edith Stein cessò l'attività di assistente presso Edmund Husserl. Questo poiché desiderava di lavorare indipendentemente. Per la prima volta dopo la sua conversione Edith Stein visitò Husserl nel 1930. Ebbe con lui una discussione sulla sua nuova fede nella quale lo avrebbe volentieri voluto partecipe. Poi scrisse la sorprendente frase: " Dopo ogni incontro che mi fa sentire l'impossibilità di influenzare direttamente, s'acuisce in me l'impellenza di un mio proprio olocausto ".
Edith Stein desiderava ottenere l'abilitazione alla libera docenza. A quel tempo ciò era cosa irraggiungibile per una donna. Husserl si pronunciò in una perizia: " Se la carriera universitaria venisse resa accessibile per le donne, potrei allora caldamente raccomandarla più di qualsiasi altra persona per l'ammissione all'esame di abilitazione ". Più tardi le venne negata l'abilitazione a causa della sua origine giudaica.
Edith Stein ritorna a Breslavia. Scrive articoli a giustificazione della psicologia e discipline umanistiche. Legge però anche il Nuovo Testamento, Kierkegaard e il libriccino d'esercizi di Ignazio di Loyola. Percepisce che un tale scritto non si può semplicemente leggere, bisogna metterlo in pratica.
Nell'estate del 1921 si recò per alcune settimane a Bergzabern (Palatinato), nella tenuta della Signora Hedwig Conrad-Martius, una discepola di Husserl. Questa Signora si era convertita, assieme al proprio coniuge, alla fede evangelica. Una sera Edith trovò nella libreria l'autobiografia di Teresa d'Avila. La lesse per tutta la notte. " Quando rinchiusi il libro mi dissi: questa è la verità ". Considerando retrospettivamente la sua vita scrisse più tardi: " Il mio anelito per la verità era un'unica preghiera".
Il l° gennaio del 1922 Edith Stein si fece battezzare. Era il giorno della Circoncisione di Gesù, l'accoglienza di Gesù nella stirpe di Abramo. Edith Stein stava eretta davanti alla fonte battesimale, vestita con il bianco manto nuziale di Hedwig Conrad-Martius che funse da madrina. "Avevo cessato di praticare la mia religione ebraica e mi sentivo nuovamente ebrea solo dopo il mio ritorno a Dio". Ora sarà sempre cosciente, non solo intellettualmente ma anche tangibilmente, di appartenere alla stirpe di Cristo. Alla festa della Candelora, anche questo un giorno la cui origine risale al Vecchio Testamento, venne cresimata dal Vescovo di Spira nella sua cappella privata.
Dopo la conversione, per prima cosa si recò a Breslavia. "Mamma, sono cattolica". Ambedue piansero. Hedwig CornradMartius scrisse: "Vedi, due israelite e nessuna è insincera" (confr. Giovanni 1, 47).
Subito dopo la sua conversione Edith Stein aspira al Carmelo ma i suoi interlocutori spirituali, il Vicario generale di Spira e il Padre Erich Przywara SJ, le impediscono questo passo. Fino alla Pasqua del 1931 assume allora un impiego d'insegnante di tedesco e storia presso il liceo e seminario per insegnanti del convento domenicano della Maddalena di Spira. Su insistenza dell'Arciabate Raphael Walzer del Convento di Beuron intraprende lunghi viaggi per indire conferenze, soprattutto su temi femminili. " Durante il periodo immediatamente prima e anche per molto tempo dopo la mia conversione ... credevo che condurre una vita religiosa significasse rinunciare a tutte le cose terrene e vivere solo nel pensiero di Dio. Gradualmente però mi sono resa conto che questo mondo richiede ben altro da noi ... io credo persino: più uno si sente attirato da Dio e più deve "uscire da se stesso", nel senso di rivolgersi al mondo per portare ivi una divina ragione di vivere ". Enorme è il suo programma di lavoro. Traduce le lettere e i diari del periodo precattolico di Newmann e l'opera " Quxstiones disputati de veritate " di Tommaso d'Aquino e ciò in una versione molto libera, per amore del dialogo con la moderna filosofia. Il Padre Erich Przywara SJ la spronò a scrivere anche proprie opere filosofiche. Imparò che è possibile " praticare la scienza al servizio di Dio ... solo per tale ragione ho potuto decidermi ad iniziare serie opere scientifiche ". Per la sua vita e per il suo lavoro ritrova sempre le necessarie forze nel convento dei Benedettini di Beuron dove si reca a trascorrere le maggiori festività dell'anno ecclesiastico.
Nel 1931 termina la sua attività a Spira. Tenta nuovamente di ottenere l'abilitazione alla libera docenza a Breslavia e Friburgo. Invano. Dà allora forma ad un'opera sui principali concetti di Tommaso d'Aquino: " Potenza ed azione ". Più tardi farà di questo saggio la sua opera maggiore elaborandolo sotto il titolo " Endliches un ewiges Sein " (Essere finito ed Essere eterno) e ciò nel convento delle Carmelitane di Colonia. Una stampa dell'opera non fu possibile durante la sua vita.
Nel 1932 le venne assegnata una cattedra presso una istituzione cattolica, l'Istituto di Pedagogia Scientifica di Miinster, dove ha la possibilità di sviluppare la propria antropologia. Qui ha il modo di unire scienza e fede e di portare alla comprensione d'altri quest'unione. In tutta la sua vita vuole solo essere " strumento di Dio ". " Chi viene da me desidero condurlo a Lui ".
Nel 19331a notte scende sulla Germania. " Avevo già sentito prima delle severe misure contro gli ebrei. Ma ora cominciai improvvisamente a capire che Dio aveva posto ancora una volta pesantemente la Sua mano sul Suo popolo e che il destino di questo popolo era anche il mio destino". L'articolo di legge sulla stirpe ariana dei nazisti rese impossibile la continuazione dell'attività d'insegnante. " Se qui non posso continuare, in Germania non ci sono più possibilità per me ". " Ero divenuta una straniera nel mondo ".
L'Arciabate Walzer di Beuron non le impedì più di entrare in un convento delle Carmelitane. Già al tempo in cui si trovava a Spira aveva fatto il voto di povertà, di castità e d'ubbidienza. Nel 1933 si presenta alla Madre Priora del Monastero delle Carmelitane di Colonia. "Non l'attività umana ci può aiutare ma solamente la passione di Cristo. Il mio desiderio è quello di parteciparvi ".
Ancora una volta Edith Stein si reca a Breslavia per prendere commiato dalla madre e dalla sua famiglia. L'ultimo giorno che trascorse a casa sua fu il 12 ottobre, il giorno del suo compleanno e contemporaneamente la festività ebraica dei tabernacoli. Edith accompagna la madre nella sinagoga. Per le due donne non fu una giornata facile. " Perché l'hai conosciuta (la fede cristiana)? Non voglio dire nulla contro di Lui. Sarà anche stato un uomo buono. Ma perché s'è fatto Dio?". La madre piange. Il mattino dopo Edith prende il treno per Colonia. " Non poteva subentrare una gioia impetuosa. Quello che lasciavo dietro di me era troppo terribile. Ma io ero calmissima - nel porto della volontà di Dio ". Ogni settimana scriverà poi una lettera alla madre. Non riceverà risposte. La sorella Rosa le manderà notizie da casa.
Il 14 ottobre Edith Stein entra nel monastero delle Carmelitane di Colonia. Nel 1934, il 14 aprile, la cerimonia della sua vestizione. L'Arciabate di Beuron celebrò la messa. Da quel momento Edith Stein porterà il nome di Suor Teresa Benedetta della Croce. Nel 1938 scrive: " Sotto la Croce capii il destino del popolo di Dio che allora (1933) cominciava ad annunciarsi. Pensavo che capissero che si trattava della Croce di Cristo, che dovevano accettarla a nome di tutti gli altri. Certo, oggi comprendo di più su queste cose, che cosa significa essere sposa del Signore sotto il segno della Croce. Certo, non sarà mai possibile di comprendere tutto questo, poiché è un segreto ". Il 21 aprile del 1935 fece i voti temporali. Il 14 settembre del 1936, al tempo del rinnovo dei voti, muore la madre a Breslavia. " Fino all'ultimo momento mia madre è rimasta fedele alla sua
religione. Ma poiché la sua fede e la sua ferma fiducia nel suo Dio ... fu l'ultima cosa che rimase viva nella sua agonia, ho fiducia che ha trovato un giudice molto clemente e che ora è la mia più fedele assistente, in modo che anch'io possa arrivare alla meta".
Sull'immagine devozionale della sua professione perpetua dei voti, il 21 aprile del 1938, fa stampare le parole di San Giovanni della Croce al quale lei dedicherà la sua ultima opera: " La mia unica professione sarà d'ora in poi l'amore".
L'entrata di Edith Stein nel convento delle Carmelitane non è stata una fuga. " Chi entra nel Carmelo non è perduto per i suoi, ma in effetti ancora più vicino; questo poiché è la nostra professione di rendere conto a Dio per tutti ". Soprattutto rese conto a Dio per il suo popolo. " Devo continuamente pensare alla regina Ester che venne sottratta al suo popolo per renderne conto davanti al re. Io sono una piccola e debole Ester ma il Re che mi ha eletto è infinitamente grande e misericordioso. Questa è una grande consolazione" (31-10-1938).
Il giorno 9 novembre 1938 l'odio portato dai nazisti verso gli ebrei viene palesato a tutto il mondo. Le sinagoghe bruciano. Il terrore viene sparso fra la gente ebrea. Madre Priora delle Carmelitane di Colonia fa tutto il possibile per portare Suor Teresa Benedetta della Croce all'estero. Nella notte di capodanno del 1938 attraversa il confine dei Paesi Bassi e viene portata nel monastero delle Carmelitane di Echt, in Olanda. In quel luogo stila il 9 giugno 1939 il suo testamento: " Già ora accetto con gioia, in completa sottomissione e secondo la Sua santissima volontà, la morte che Iddio mi ha destinato. Io prego il Signore che accetti la mia vita e la mia morte ... in modo che il Signore venga riconosciuto dai Suoi e che il Suo regno venga in tutta la sua magnificenza per la salvezza della Germania e la pace del mondo... ".
Già nel monastero delle Carmelitane di Colonia a Edith Stein era stato concesso il permesso di dedicarsi alle opere scientifiche. Fra l'altro scrisse in quel luogo "Dalla vita di una famiglia ebrea". " Desidero semplicemente raccontare che cosa ho sperimentato ad essere ebrea ". Nei confronti " della gioventù che oggi viene educata già dall'età più tenera ad odiare gli ebrei ... noi, che siamo statì educati nella comunità ebraica, abbiamo il dovere di rendere testimonianza ".
In tutta fretta Edith Stein scriverà ad Echt il suo saggio su " Giovanni della Croce, il mistico Dottore della Chiesa, in occasione del quattrocentesimo anniversario della sua nascita, 1542-1942 ". Nel 1941 scrisse ad una religiosa con cui aveva rapporti d'amicizia: " Una scientia crucis (la scienza della croce) può essere appresa solo se si sente tutto il peso della croce. Dì ciò ero convinta già dal primo attimo e di tutto cuore ho pronunciato: Ave, Crux, Spes unica (ti saluto, Croce, nostra unica speranza) ". Il suo saggio su San Giovanni della Croce porta la didascalia: " La scienza della Croce ".
Il 2 agosto del 1942 arriva la Gestapo. Edith Stein si trova nella cappella, assieme alla altre Sorelle. Nel giro di 5 minuti deve presentarsi, assieme a sua sorella Rosa che si era battezzata nella Chiesa cattolica e prestava servizio presso le Carmelitane di Echt. Le ultime parole di Edith Stein che ad Echt s'odono, sono rivolte a Rosa: " Vieni, andiamo per il nostro popolo ".
Assieme a molti altri ebrei convertiti al cristianesimo le due donne vengono portate al campo di raccolta di Westerbork. Si trattava di una vendetta contro la comunicazione di protesta dei vescovi cattolici dei Paesi Bassi contro i pogrom e le deportazioni degli ebrei. " Che gli esseri umani potessero arrivare ad essere così, non l'ho mai saputo e che le mie sorelle e i miei fratelli dovessero soffrire così, anche questo non l'ho veramente saputo ... in ogni ora prego per loro. Che oda Dio la mia preghiera? Con certezza però ode i loro lamenti ". Il prof. Jan Nota, a lei legato, scriverà più tardi. " Per me lei è, in un mondo di negazione di Dio, una testimone della presenza di Dio ".
All'alba del 7 agosto parte un carico di 987 ebrei in direzione Auschwitz. Fu il giorno 9 agosto nel quale Suor Teresa Benedetta della Croce, assieme a sua sorella Rosa ed a molti altri del suo popolo, morì nelle camere a gas di Auschwitz.
Con la sua beatificazione nel Duomo di Colonia, il 1° maggio del 1987, la Chiesa onorò, per esprimerlo con le parole del Pontefice Giovanni Paolo II, " una figlia d'Israele, che durante le persecuzioni dei nazisti è rimasta unita con fede ed amore al Signore Crocifisso, Gesù Cristo, quale cattolica ed al suo popolo quale ebrea".
http://www.vatican.va/news_services/liturgy/saints/ns_lit_doc_19981011_edith_stein_it.html
La Trasfigurazione di Gesù (Lino Cignelli, ofm)
La Trasfigurazione di Gesù (Parte I)
(Lino Cignelli, ofm)
Questa volta la meta del nostro pellegrinaggio spirituale è il Monte Tabor. Siamo chiamati a rivivervi un Mistero glorioso di cui si ha sempre bisogno. Da esso ci viene la forza necessaria per camminare, “dietro” a Gesù, sulla via della croce che porta alla gloria finale della Risurrezione (Mt 16, 21ss).
1. Generalità.
Il Monte Tabor è una grandezza biblica. Viene ricordato più volte nell'Antico Testamento (cf. Gdc 4,6.12.14; 1Sam 10,3), dove compare come monte sacro e luogo di culto (Dt 33,18s; Os 5,1). Un salmista canta: “Il Tabor e l’Ermon nel tuo nome esulteranno” (Sal 88,13 sec. Lxx). Una profezia della futura Trasfigurazione del Signore? Ad ogni modo è questo Mistero cristologico che ha reso famoso il Tabor.
Nel Nuovo Testamento il monte Tabor non è mai ricordato espressamente; però un'antica tradizione, attestata fra gli altri da S. Cirillo di Gerusalemme (Cat 12,16) e da S. Girolamo (Ep. 46,13), lo indica come il luogo del mistero della Trasfigurazione. Un'altra tradizione lo identifica col “monte” della Galilea su cui il Maestro parlò agli Apostoli dopo la risurrezione (Mt 28,7.16). Nel sec. IV-V S. Girolamo, residente in Palestina, pensava che il Tabor fosse anche il “monte” dove Gesù ha pronunciato il suo discorso inaugurale, detto appunto “Discorso della montagna” (Mt 5,1ss); ma questa opinione è rimasta senza seguito.
All’inizio del sec. XII un devoto pellegrino russo, Egumeno Daniil (=Daniele), scriveva: “Il monte Tabor è stato plasmato da Dio in modo meraviglioso e straordinario, (è) di una bellezza indescrivibile, è stato disposto in modo splendido ed è molto alto e grande...” (Itinerario in T. S., Città Nuova 1991, 149). La descrizione risente, evidentemente, dell’esperienza mistica che il devoto pellegrino ha avuto visitando “quel santo monte” (ivi, 150).
A sua volta il Beato Frédéric Janssoone ofm, pellegrino e guida esemplare del secolo scorso, sentiva il Tabor come luogo di “ritiro” e di contemplazione per le anime che hanno fame e sete del mondo divino (Pages choisies.... par R. Légaré, Québec 1972, 75). Nello stesso senso si era già espresso un omileta greco anteriore al sec. XI.
Tra queste anime che anelano a Dio vogliamo esserci anche noi. Faremo un pellegrinaggio spirituale al Tabor, “sul monte santo” (2Pt 1,18), allo scopo di capire e accogliere meglio il Mistero glorioso che vi è perennemente attuale. Anch’esso “è stato scritto per nostra istruzione” (Rm 15,4). Ce lo ricorda S. Girolamo: "Ogni cosa fatta da Gesù è mistero, è nostra salvezza” (In Marc. 11, 1-10). Uniamoci dunque ai primi spettatori della Trasfigurazione e affidiamoci alla guida di S. Matteo (17,1-9) e, tramite lui, dello “Spirito di verità” che, solo, può rivelarci la persona e l’opera divina del Cristo.
Sul Tabor fu eretta per tempo una chiesa-basilica a ricordo del mistero della Trasfigurazione. Così ce ne parla, nel sec. X, Eutichio d’Alessandria: “La chiesa del monte Tabor sta a rendere testimonianza che Cristo salì su quel monte assieme a tre dei suoi discepoli, figli di Zebedeo, e che fu trasfigurato davanti a loro nella luce della sua divinità, sì che il suo volto divenne come il sole e le sue vesti candide come la luce...» (Libro della Dimostrazione, n. 323; tr. B. Pirone, SOC Collectanea 23, 1990, 33s).
Entriamo in questa chiesa-santuario, col Vangelo alla mano, per rivivere nella nostra “carne” il Mistero di gloria che vi è racchiuso e che ci attende tutti. La pagina evangelica relativa è come la voce del Luogo Santo, il suo messaggio vivificante (Gv 6,63). La vogliamo rileggere insieme. La lettura del Vangelo - lo sappiamo - ci fa contemporanei e presenti ai Misteri o atti salvifici del Dio-Uomo: la fede ce ne fa - deve farcene - partecipi. Con la fede, atto supremo della nostra libertà, si accoglie e si vive il Mistero, si passa dalla teoria alla pratica, dalla conoscenza astratta alla conoscenza concreta e nutriente dell'evento di grazia che c’interpella.
Eccoci dunque anche noi sul Tabor davanti al Cristo trasfigurato, cioè totalmente bello e beato nella sua umanità personale. Lasciamoci coinvolgere nel Mistero. Questa l’intenzione ultima dell’evangelista stesso e, soprattutto, dello Spirito Santo che ci parla tramite lui. I Santi Padri ce lo ricordano con forza. Per es., Macario il Persiano (sec. IV) si rivolge al singolo fedele in questi termini: “Se Lo cerchi sul monte, ve lo trovi con Elia e Mosè” (Hom. 12,12). S. Girolamo, scrivendo ad amici romani, così li coinvolge nell’evento: «Saliremo sul Tabor, e sotto la tenda del Salvatore noi lo contempleremo in compagnia del Padre e dello Spirito Santo...” (Ep. 46,13).
Diamo prima il contesto e poi una lettura e commento del Vangelo della Trasfigurazione secondo Matteo.
La Trasfigurazione di Gesù (Parte II)
(Lino Cignelli, ofm)
2. Contesto della Trasfigurazione
L'episodio è legato con quanto precede e ne è lo sviluppo logico. Lo notava già S. Leone Magno (sec. V): “Con l’illuminazione della grazia divina raggiungeremo più facilmente tale comprensione - del ‘grande Mistero’ -, se facciamo attenzione al contesto evangelico che precede immediatamente” (Tr. 51,1). Per papa Leone il contesto in questione incomincia dalla confessione di Pietro (Mt 16,13ss). La Trasfigurazione fa quindi luce tanto sulla persona quanto sull'opera di Colui che è “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.
Il Mistero del Tabor si compie “sei giorni dopo” (Mt 17,1) la grande svolta nella vita pubblica di Gesù, svolta determinata dall'annuncio della Passione e dalla proposta della croce da parte del Maestro “ai suoi discepoli” (Mt 16,21ss). Precisiamo i passi di questa svolta che segna “il culmine del ministero pubblico di Gesù” (Giovanni Paolo II, Omelia 11.3.1990, n. 2).
In Mt 16,21 il Maestro fa il primo annuncio del Mistero pasquale (passione - morte - risurrezione), sottolineando la fase negativa (molte sofferenze e uccisione da parte dei capi religiosi del popolo). La profezia suscita un'audace e... goffa reazione nel capo degli Apostoli (Mt 16,22). “La protesta di Pietro: ‘Questo non ti accadrà mai’ (Mt 16,22) - annota Giovanni Paolo Il - si ripete anche oggi da parte di chi vorrebbe che la sofferenza non fosse presente nel destino umano”.
Gesù respinge energicamente il tentativo del suo vice di distoglierlo dalla via tracciatagli da Dio Padre (Mt 16,23) e, per giunta, inculca ai discepoli il dovere sacrosanto di seguirlo sulla stessa via: la croce salva se è condivisa (Mt 16,24ss). Il discepolato cristiano si gioca precisamente su “la parola della croce”: o la croce o la “perdizione”! (1Cor 1,18; Fil 3,18s; cf. Mt 10,38s; Lc 14,27). Ma dal contesto risulta che i discepoli, con Pietro a capo, non si sono lasciati convincere dal Maestro. A questo punto e in questa situazione si verifica l’evento della Trasfigurazione, con l’intervento decisivo di Dio Padre.
La Trasfigurazione di Gesù (Parte III)
(Lino Cignelli, ofm)
3. Lettura e commento di Mt 17,1-9
Dal contesto passiamo al testo. Per forza di cose ci limitiamo ai dati principali, aderendo per quanto possibile alla lettera.
17, 1. “Sei giorni dopo (il primo annuncio della Passione) Gesù prese (lett. prende) con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, e li condusse (lett. conduce) in disparte su un alto monte”. Il presente storico (“prende”, “conduce”) serve all'attualizzazione, cioè a suscitare negli ascoltatori interesse e partecipazione all'evento salvifico che viene proclamato.
“Pietro, Giacomo e Giovanni”: sono gli Apostoli prediletti, quelli a cui “Jesù… fè più carezza”, al dire di Dante (Par 25,33). Il Signore dona e si dona “a ciascuno secondo la sua capacità” (Mt 25,15).
“in disparte”: il Mistero si compie in un luogo solitario, in un ambiente di ritiro e di preghiera, come specifica S. Luca (9,28s). La teofania, la rivelazione divina, è atto d’amore e, come tale, esige raccoglimento e intimità amicale: non ci si ama e dona in vetrina, sotto gli occhi di tutti… Origene precisa che, oggi come ieri, la visione di Gesù “nella forma o natura divina” è riservata “ai figli della luce” (In Math. com. 2,64; cf. 6,77).
“su un alto monte”: secondo la tradizione è il Tabor, come si è detto all'inizio (v. M.T. Petrozzi, Il M. Tabor e dintorni, Jerusalem 1976, 73ss). Nella Bibbia, il monte “è il luogo classico dell’autorivelazione divina e della preghiera (Lc 6,12; Mt 14,23)”, annota J. Ernest (Il Vangelo sec. Luca I, Morcellania 1985, 416).
17,2. “E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”. S. Luca aggiunge un particolare importante: “mentre pregava” (9,29). La preghiera è trasfigurante, fonte di bellezza e di gioia divina (Es 34,29). Suor Amata racconta di S. Chiara d'Assisi che “quando essa tornava da la orazione, la faccia sua pareva più bianca e più bella che ’l sole” (FF, n. 3002).
“Fu trasfigurato”: è un passivo teologico, il completamento d’agente sottinteso è “da Dio (Padre)”. È lui il protagonista, invisibile ma presentissimo, di questo evento salvifico come degli altri eventi della vita terrena del Figlio fatto uomo (2Pt 1,17; Gv 8,29; 12,28). La Trasfigurazione è una prima, provvisoria, risposta del Padre buono alla fedeltà del Figlio diletto che predica e pratica per primo “La parola della croce” (1Cor 1,18). L’uomo Gesù diventa, per qualche istante, come sarà un giorno, e per sempre, dopo la Risurrezione: “il più bello tra i figli dell'uomo” (Sal 45,3), “riconoscibile fra mille e mille” e “tutto delizie” (Ct 5,10.16), l’icona perfetta dell’umanità redenta, ossia liberata e promossa al divino.
Anticipo della Risurrezione in un momento critico, la Trasfigurazione ci rivela insieme la misericordia e il senso pedagogico del Fratello maggiore e, in definitiva, del Padre celeste: dietro il Figlio c’è sempre il Padre (Gv 14,9ss). Loro sanno che noi uomini abbiamo bisogno di sentire e vedere qualcosa per poterci innamorare e impegnare, e così ci regalano quest'ora di paradiso, ci fanno gustare qualche preludio di cielo, in modo che possiamo dire con S. Paolo: "…le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà rivelarsi in noi” (Rm 8,18), e col Poverello d'Assisi: “Tanto è quel bene ch’io aspetto / che ogni pena m’è diletto!”.
17,3. “Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia che conversavano con lui”. S. Luca specifica l'oggetto della conversazione: “La sua dipartita (lett. il suo esodo) che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (9,31), cioè il Mistero pasquale di Gesù. “Mosè” simboleggia la Legge (Toràh), ed “Elia” i Profeti dell’antico testamento, spiegano i Padri della Chiesa. “La Legge e i Profeti - che Gesù è venuto a completare (Mt 5,17) - annunciano la Passione di Cristo”, commenta S. Girolamo (In Marc. 9,4), e così S. Cirillo di Gerusalemme (Cat. 12,16) e tanti altri.
Effettivamente l’Antico Testamento preannuncia il Messia prima sofferente e poi glorioso (Is 52s; Sal 22), e si trova così in pieno accordo con la predicazione di Gesù. Non si può quindi rifiutare l’insegnamento del Cristo in nome dell'Antico Testamento. Il Mistero pasquale di Passione e Risurrezione predicato da Gesù non solo non è contro l’Antico Testamento, ma ne costituisce il messaggio essenziale (Lc 24,26s; 1Cor 15,3s).
17,4. “Pietro allora prese la parola e disse a Gesù: Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. S. Luca aggiunge finemente: “Egli non sapeva quel che diceva” (9,33; cf. Mc 9,6), È la verità. Altrettanto succede a noi: davanti alla sublimità di Gesù non siamo che dei nani e dei Gervasi…
Il Maestro sa dare alle cose l’importanza che hanno e perciò lascia cadere la proposta di Pietro. S. Agostino rileva che l’apostolo “voleva stare bene…” e non aveva ancora la “carità” pastorale (Serm. 78,3s).
17,5. “Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolge con la sua ombra”. La “nuvola luminosa” è segno della presenza divina (Shekinàh) e della sua gloria (Es 24,15ss, 34,5). S. Ambrogio vede in questa “nuvola” un simbolo dello Spirito Santo (In Luc. exp. 7,19), e così Giovanni Paolo II (Omelia 11.3.1990, n. 2). In base a questa esegèsi, la teofania del Tabor risulta essere un evento trinitario (cf. Mt 3,16s).
“Ed ecco una voce che diceva dalla nuvola: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!”. Siamo nel cuore del Mistero. Questo intervento di Dio Padre segna il vertice della teofania del Tabor e dell'intero Vangelo di Matteo. il protagonista supremo della Storia della salvezza, il “Padre e Signore del cielo e della terra” come lo chiama il Figlio stesso (Mt 11,25), rompe di nuovo il silenzio e si fa sentire con forza. Sul Tabor Dio Padre “non solo conferma l’attestazione del Giordano: Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto (Mt 3,17), ma aggiunge perentoriamente: Ascoltatelo! (Mt 17,5). Sempre. Anche quando parla della Croce”
La voce del Padre è veramente il fatto centrale del Mistero che stiamo rivivendo. Come si è ricordato, la Trasfigurazione avviene in un Momento critico: i discepoli di Gesù, con Pietro a capo, reagiscono all'annuncio della Passione redentrice, cioè al vero messianismo predicato e attuato dal Figlio diletto. Vorrebbero la Risurrezione, il trionfo e la gloria, senza la sofferenza e la morte violenta, più o meno come quei “nemici della croce di Cristo” contro cui insorgerà S. Paolo minacciando loro “la perdizione” eterna (Fil 3,18s). Interviene allora Dio Padre, la suprema autorità, a rompere ogni resistenza. La sua “voce” è chiara, precisa, potente come un “tuono” (Gv 12,28s; Es 19,19), e non ammette repliche: il messaggio e l’esempio del Figlio diletto vanno accettati in pieno, senza storie e senza smorfie, come spiega S. Agostino (In lo. tr. 34,8s). Un messianismo buontempone, festaiolo, senza virtù e doveri è un assurdo, anzi è satanismo (Mt 16,23). Dio Padre e il Figlio diletto non ci salvano a modo nostro, ma a modo loro, unicamente a modo loro...
Questa “voce” ammonitrice è sempre attuale. Il Padre ce la fa sentire ogni volta che rifiutiamo l'esempio e la parola del Figlio diletto per accodarci a maestri abusivi che vendono un vangelo più o meno “scontato” e accomodato alle pretese della “carne” o uomo vecchio (Gal 5, 19ss). Lui ci vuole e ci mette alla scuola del Fratello maggiore, nostro Maestro e modello unico (Mt 23,8-10); ci vuole “conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). E per noi accettare tanto Maestro e modello è dovere e soprattutto interesse, osserva acutamente S. Leone Magno (Tr. 51,6s). Chi infatti non ha quest'unico Maestro, ne avrà parecchi, e tutti più o meno interessati e oppressori, “ladri e briganti” (Gv 10,8). La storia, remota e recente, parla chiaro.
17,6. “All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore”. La teofania dà le vertigini, ricorda Origene citando Esodo 33,20 (In Math. 12,43), come pure S. Cirillo di Gerusalemme (Cat. 10,7) e S. Cromazio di Aquileia (In Math. tr. 54A,8).
17,7. “Ma Gesù si avvicinò e, toccandoli, disse: Alzatevi e non temete”. Davanti alla prostrazione e allo spavento dei discepoli Gesù si comporta da fratello buono e delicato (cf. Es 20,20). Lo rileva bene S. Girolamo: “Siccome quelli stavano a terra e non potevano alzarsi, Lui dolcemente si avvicina e li tocca. Così, toccandoli, li libera dalla paura e ridà vigore alle membra debilitate…” (In Math. 17,7). Quello di Gesù è un tocco consolatore e guaritore (cf. In Marc. 1,30s; 8,22-25).
17,8. “Sollevando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo”. La teofania è bell’e finita. Il Maestro è tornato normale, non è più trasfigurato e sfavillante, ma è sempre Lui, “l’incomparabile” al dire di S. Ambrogio (De virg. 1,66), colui con il quale si ha “tutto” (Col 2,3; 3,11). S. Girolamo lo chiama appunto “il nostro tutto” (Ep. 66,8) e ne esalta il fascino e l'importanza assoluta, unica.
17,9. “E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: Non parlate a nessuno di questa visione finché il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti”. La Trasfigurazione è in rapporto con la futura Risurrezione, ne è un saggio. Gesù, umile e realista, proibisce ai tre discepoli di far conoscere, prima del tempo, la visione goduta sul Tabor. Essi “credettero prestando ascolto ed ubbidendo a Cristo”, commenta Eutichio (o.c., n. 323). Ormai non rifiutano più “la parola della croce” (1Cor 1,18), anche se, fino alla Pentecoste, non riescono a portarla alla perfezione, come rileva S. Bernardo.
Lino Cignelli ofm, professore dello S.B
http://198.62.75.1/www1/ofm/san/TAB02ci3_It.html
(Lino Cignelli, ofm)
Questa volta la meta del nostro pellegrinaggio spirituale è il Monte Tabor. Siamo chiamati a rivivervi un Mistero glorioso di cui si ha sempre bisogno. Da esso ci viene la forza necessaria per camminare, “dietro” a Gesù, sulla via della croce che porta alla gloria finale della Risurrezione (Mt 16, 21ss).
1. Generalità.
Il Monte Tabor è una grandezza biblica. Viene ricordato più volte nell'Antico Testamento (cf. Gdc 4,6.12.14; 1Sam 10,3), dove compare come monte sacro e luogo di culto (Dt 33,18s; Os 5,1). Un salmista canta: “Il Tabor e l’Ermon nel tuo nome esulteranno” (Sal 88,13 sec. Lxx). Una profezia della futura Trasfigurazione del Signore? Ad ogni modo è questo Mistero cristologico che ha reso famoso il Tabor.
Nel Nuovo Testamento il monte Tabor non è mai ricordato espressamente; però un'antica tradizione, attestata fra gli altri da S. Cirillo di Gerusalemme (Cat 12,16) e da S. Girolamo (Ep. 46,13), lo indica come il luogo del mistero della Trasfigurazione. Un'altra tradizione lo identifica col “monte” della Galilea su cui il Maestro parlò agli Apostoli dopo la risurrezione (Mt 28,7.16). Nel sec. IV-V S. Girolamo, residente in Palestina, pensava che il Tabor fosse anche il “monte” dove Gesù ha pronunciato il suo discorso inaugurale, detto appunto “Discorso della montagna” (Mt 5,1ss); ma questa opinione è rimasta senza seguito.
All’inizio del sec. XII un devoto pellegrino russo, Egumeno Daniil (=Daniele), scriveva: “Il monte Tabor è stato plasmato da Dio in modo meraviglioso e straordinario, (è) di una bellezza indescrivibile, è stato disposto in modo splendido ed è molto alto e grande...” (Itinerario in T. S., Città Nuova 1991, 149). La descrizione risente, evidentemente, dell’esperienza mistica che il devoto pellegrino ha avuto visitando “quel santo monte” (ivi, 150).
A sua volta il Beato Frédéric Janssoone ofm, pellegrino e guida esemplare del secolo scorso, sentiva il Tabor come luogo di “ritiro” e di contemplazione per le anime che hanno fame e sete del mondo divino (Pages choisies.... par R. Légaré, Québec 1972, 75). Nello stesso senso si era già espresso un omileta greco anteriore al sec. XI.
Tra queste anime che anelano a Dio vogliamo esserci anche noi. Faremo un pellegrinaggio spirituale al Tabor, “sul monte santo” (2Pt 1,18), allo scopo di capire e accogliere meglio il Mistero glorioso che vi è perennemente attuale. Anch’esso “è stato scritto per nostra istruzione” (Rm 15,4). Ce lo ricorda S. Girolamo: "Ogni cosa fatta da Gesù è mistero, è nostra salvezza” (In Marc. 11, 1-10). Uniamoci dunque ai primi spettatori della Trasfigurazione e affidiamoci alla guida di S. Matteo (17,1-9) e, tramite lui, dello “Spirito di verità” che, solo, può rivelarci la persona e l’opera divina del Cristo.
Sul Tabor fu eretta per tempo una chiesa-basilica a ricordo del mistero della Trasfigurazione. Così ce ne parla, nel sec. X, Eutichio d’Alessandria: “La chiesa del monte Tabor sta a rendere testimonianza che Cristo salì su quel monte assieme a tre dei suoi discepoli, figli di Zebedeo, e che fu trasfigurato davanti a loro nella luce della sua divinità, sì che il suo volto divenne come il sole e le sue vesti candide come la luce...» (Libro della Dimostrazione, n. 323; tr. B. Pirone, SOC Collectanea 23, 1990, 33s).
Entriamo in questa chiesa-santuario, col Vangelo alla mano, per rivivere nella nostra “carne” il Mistero di gloria che vi è racchiuso e che ci attende tutti. La pagina evangelica relativa è come la voce del Luogo Santo, il suo messaggio vivificante (Gv 6,63). La vogliamo rileggere insieme. La lettura del Vangelo - lo sappiamo - ci fa contemporanei e presenti ai Misteri o atti salvifici del Dio-Uomo: la fede ce ne fa - deve farcene - partecipi. Con la fede, atto supremo della nostra libertà, si accoglie e si vive il Mistero, si passa dalla teoria alla pratica, dalla conoscenza astratta alla conoscenza concreta e nutriente dell'evento di grazia che c’interpella.
Eccoci dunque anche noi sul Tabor davanti al Cristo trasfigurato, cioè totalmente bello e beato nella sua umanità personale. Lasciamoci coinvolgere nel Mistero. Questa l’intenzione ultima dell’evangelista stesso e, soprattutto, dello Spirito Santo che ci parla tramite lui. I Santi Padri ce lo ricordano con forza. Per es., Macario il Persiano (sec. IV) si rivolge al singolo fedele in questi termini: “Se Lo cerchi sul monte, ve lo trovi con Elia e Mosè” (Hom. 12,12). S. Girolamo, scrivendo ad amici romani, così li coinvolge nell’evento: «Saliremo sul Tabor, e sotto la tenda del Salvatore noi lo contempleremo in compagnia del Padre e dello Spirito Santo...” (Ep. 46,13).
Diamo prima il contesto e poi una lettura e commento del Vangelo della Trasfigurazione secondo Matteo.
La Trasfigurazione di Gesù (Parte II)
(Lino Cignelli, ofm)
2. Contesto della Trasfigurazione
L'episodio è legato con quanto precede e ne è lo sviluppo logico. Lo notava già S. Leone Magno (sec. V): “Con l’illuminazione della grazia divina raggiungeremo più facilmente tale comprensione - del ‘grande Mistero’ -, se facciamo attenzione al contesto evangelico che precede immediatamente” (Tr. 51,1). Per papa Leone il contesto in questione incomincia dalla confessione di Pietro (Mt 16,13ss). La Trasfigurazione fa quindi luce tanto sulla persona quanto sull'opera di Colui che è “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.
Il Mistero del Tabor si compie “sei giorni dopo” (Mt 17,1) la grande svolta nella vita pubblica di Gesù, svolta determinata dall'annuncio della Passione e dalla proposta della croce da parte del Maestro “ai suoi discepoli” (Mt 16,21ss). Precisiamo i passi di questa svolta che segna “il culmine del ministero pubblico di Gesù” (Giovanni Paolo II, Omelia 11.3.1990, n. 2).
In Mt 16,21 il Maestro fa il primo annuncio del Mistero pasquale (passione - morte - risurrezione), sottolineando la fase negativa (molte sofferenze e uccisione da parte dei capi religiosi del popolo). La profezia suscita un'audace e... goffa reazione nel capo degli Apostoli (Mt 16,22). “La protesta di Pietro: ‘Questo non ti accadrà mai’ (Mt 16,22) - annota Giovanni Paolo Il - si ripete anche oggi da parte di chi vorrebbe che la sofferenza non fosse presente nel destino umano”.
Gesù respinge energicamente il tentativo del suo vice di distoglierlo dalla via tracciatagli da Dio Padre (Mt 16,23) e, per giunta, inculca ai discepoli il dovere sacrosanto di seguirlo sulla stessa via: la croce salva se è condivisa (Mt 16,24ss). Il discepolato cristiano si gioca precisamente su “la parola della croce”: o la croce o la “perdizione”! (1Cor 1,18; Fil 3,18s; cf. Mt 10,38s; Lc 14,27). Ma dal contesto risulta che i discepoli, con Pietro a capo, non si sono lasciati convincere dal Maestro. A questo punto e in questa situazione si verifica l’evento della Trasfigurazione, con l’intervento decisivo di Dio Padre.
La Trasfigurazione di Gesù (Parte III)
(Lino Cignelli, ofm)
3. Lettura e commento di Mt 17,1-9
Dal contesto passiamo al testo. Per forza di cose ci limitiamo ai dati principali, aderendo per quanto possibile alla lettera.
17, 1. “Sei giorni dopo (il primo annuncio della Passione) Gesù prese (lett. prende) con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, e li condusse (lett. conduce) in disparte su un alto monte”. Il presente storico (“prende”, “conduce”) serve all'attualizzazione, cioè a suscitare negli ascoltatori interesse e partecipazione all'evento salvifico che viene proclamato.
“Pietro, Giacomo e Giovanni”: sono gli Apostoli prediletti, quelli a cui “Jesù… fè più carezza”, al dire di Dante (Par 25,33). Il Signore dona e si dona “a ciascuno secondo la sua capacità” (Mt 25,15).
“in disparte”: il Mistero si compie in un luogo solitario, in un ambiente di ritiro e di preghiera, come specifica S. Luca (9,28s). La teofania, la rivelazione divina, è atto d’amore e, come tale, esige raccoglimento e intimità amicale: non ci si ama e dona in vetrina, sotto gli occhi di tutti… Origene precisa che, oggi come ieri, la visione di Gesù “nella forma o natura divina” è riservata “ai figli della luce” (In Math. com. 2,64; cf. 6,77).
“su un alto monte”: secondo la tradizione è il Tabor, come si è detto all'inizio (v. M.T. Petrozzi, Il M. Tabor e dintorni, Jerusalem 1976, 73ss). Nella Bibbia, il monte “è il luogo classico dell’autorivelazione divina e della preghiera (Lc 6,12; Mt 14,23)”, annota J. Ernest (Il Vangelo sec. Luca I, Morcellania 1985, 416).
17,2. “E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”. S. Luca aggiunge un particolare importante: “mentre pregava” (9,29). La preghiera è trasfigurante, fonte di bellezza e di gioia divina (Es 34,29). Suor Amata racconta di S. Chiara d'Assisi che “quando essa tornava da la orazione, la faccia sua pareva più bianca e più bella che ’l sole” (FF, n. 3002).
“Fu trasfigurato”: è un passivo teologico, il completamento d’agente sottinteso è “da Dio (Padre)”. È lui il protagonista, invisibile ma presentissimo, di questo evento salvifico come degli altri eventi della vita terrena del Figlio fatto uomo (2Pt 1,17; Gv 8,29; 12,28). La Trasfigurazione è una prima, provvisoria, risposta del Padre buono alla fedeltà del Figlio diletto che predica e pratica per primo “La parola della croce” (1Cor 1,18). L’uomo Gesù diventa, per qualche istante, come sarà un giorno, e per sempre, dopo la Risurrezione: “il più bello tra i figli dell'uomo” (Sal 45,3), “riconoscibile fra mille e mille” e “tutto delizie” (Ct 5,10.16), l’icona perfetta dell’umanità redenta, ossia liberata e promossa al divino.
Anticipo della Risurrezione in un momento critico, la Trasfigurazione ci rivela insieme la misericordia e il senso pedagogico del Fratello maggiore e, in definitiva, del Padre celeste: dietro il Figlio c’è sempre il Padre (Gv 14,9ss). Loro sanno che noi uomini abbiamo bisogno di sentire e vedere qualcosa per poterci innamorare e impegnare, e così ci regalano quest'ora di paradiso, ci fanno gustare qualche preludio di cielo, in modo che possiamo dire con S. Paolo: "…le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà rivelarsi in noi” (Rm 8,18), e col Poverello d'Assisi: “Tanto è quel bene ch’io aspetto / che ogni pena m’è diletto!”.
17,3. “Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia che conversavano con lui”. S. Luca specifica l'oggetto della conversazione: “La sua dipartita (lett. il suo esodo) che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (9,31), cioè il Mistero pasquale di Gesù. “Mosè” simboleggia la Legge (Toràh), ed “Elia” i Profeti dell’antico testamento, spiegano i Padri della Chiesa. “La Legge e i Profeti - che Gesù è venuto a completare (Mt 5,17) - annunciano la Passione di Cristo”, commenta S. Girolamo (In Marc. 9,4), e così S. Cirillo di Gerusalemme (Cat. 12,16) e tanti altri.
Effettivamente l’Antico Testamento preannuncia il Messia prima sofferente e poi glorioso (Is 52s; Sal 22), e si trova così in pieno accordo con la predicazione di Gesù. Non si può quindi rifiutare l’insegnamento del Cristo in nome dell'Antico Testamento. Il Mistero pasquale di Passione e Risurrezione predicato da Gesù non solo non è contro l’Antico Testamento, ma ne costituisce il messaggio essenziale (Lc 24,26s; 1Cor 15,3s).
17,4. “Pietro allora prese la parola e disse a Gesù: Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. S. Luca aggiunge finemente: “Egli non sapeva quel che diceva” (9,33; cf. Mc 9,6), È la verità. Altrettanto succede a noi: davanti alla sublimità di Gesù non siamo che dei nani e dei Gervasi…
Il Maestro sa dare alle cose l’importanza che hanno e perciò lascia cadere la proposta di Pietro. S. Agostino rileva che l’apostolo “voleva stare bene…” e non aveva ancora la “carità” pastorale (Serm. 78,3s).
17,5. “Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolge con la sua ombra”. La “nuvola luminosa” è segno della presenza divina (Shekinàh) e della sua gloria (Es 24,15ss, 34,5). S. Ambrogio vede in questa “nuvola” un simbolo dello Spirito Santo (In Luc. exp. 7,19), e così Giovanni Paolo II (Omelia 11.3.1990, n. 2). In base a questa esegèsi, la teofania del Tabor risulta essere un evento trinitario (cf. Mt 3,16s).
“Ed ecco una voce che diceva dalla nuvola: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!”. Siamo nel cuore del Mistero. Questo intervento di Dio Padre segna il vertice della teofania del Tabor e dell'intero Vangelo di Matteo. il protagonista supremo della Storia della salvezza, il “Padre e Signore del cielo e della terra” come lo chiama il Figlio stesso (Mt 11,25), rompe di nuovo il silenzio e si fa sentire con forza. Sul Tabor Dio Padre “non solo conferma l’attestazione del Giordano: Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto (Mt 3,17), ma aggiunge perentoriamente: Ascoltatelo! (Mt 17,5). Sempre. Anche quando parla della Croce”
La voce del Padre è veramente il fatto centrale del Mistero che stiamo rivivendo. Come si è ricordato, la Trasfigurazione avviene in un Momento critico: i discepoli di Gesù, con Pietro a capo, reagiscono all'annuncio della Passione redentrice, cioè al vero messianismo predicato e attuato dal Figlio diletto. Vorrebbero la Risurrezione, il trionfo e la gloria, senza la sofferenza e la morte violenta, più o meno come quei “nemici della croce di Cristo” contro cui insorgerà S. Paolo minacciando loro “la perdizione” eterna (Fil 3,18s). Interviene allora Dio Padre, la suprema autorità, a rompere ogni resistenza. La sua “voce” è chiara, precisa, potente come un “tuono” (Gv 12,28s; Es 19,19), e non ammette repliche: il messaggio e l’esempio del Figlio diletto vanno accettati in pieno, senza storie e senza smorfie, come spiega S. Agostino (In lo. tr. 34,8s). Un messianismo buontempone, festaiolo, senza virtù e doveri è un assurdo, anzi è satanismo (Mt 16,23). Dio Padre e il Figlio diletto non ci salvano a modo nostro, ma a modo loro, unicamente a modo loro...
Questa “voce” ammonitrice è sempre attuale. Il Padre ce la fa sentire ogni volta che rifiutiamo l'esempio e la parola del Figlio diletto per accodarci a maestri abusivi che vendono un vangelo più o meno “scontato” e accomodato alle pretese della “carne” o uomo vecchio (Gal 5, 19ss). Lui ci vuole e ci mette alla scuola del Fratello maggiore, nostro Maestro e modello unico (Mt 23,8-10); ci vuole “conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). E per noi accettare tanto Maestro e modello è dovere e soprattutto interesse, osserva acutamente S. Leone Magno (Tr. 51,6s). Chi infatti non ha quest'unico Maestro, ne avrà parecchi, e tutti più o meno interessati e oppressori, “ladri e briganti” (Gv 10,8). La storia, remota e recente, parla chiaro.
17,6. “All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore”. La teofania dà le vertigini, ricorda Origene citando Esodo 33,20 (In Math. 12,43), come pure S. Cirillo di Gerusalemme (Cat. 10,7) e S. Cromazio di Aquileia (In Math. tr. 54A,8).
17,7. “Ma Gesù si avvicinò e, toccandoli, disse: Alzatevi e non temete”. Davanti alla prostrazione e allo spavento dei discepoli Gesù si comporta da fratello buono e delicato (cf. Es 20,20). Lo rileva bene S. Girolamo: “Siccome quelli stavano a terra e non potevano alzarsi, Lui dolcemente si avvicina e li tocca. Così, toccandoli, li libera dalla paura e ridà vigore alle membra debilitate…” (In Math. 17,7). Quello di Gesù è un tocco consolatore e guaritore (cf. In Marc. 1,30s; 8,22-25).
17,8. “Sollevando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo”. La teofania è bell’e finita. Il Maestro è tornato normale, non è più trasfigurato e sfavillante, ma è sempre Lui, “l’incomparabile” al dire di S. Ambrogio (De virg. 1,66), colui con il quale si ha “tutto” (Col 2,3; 3,11). S. Girolamo lo chiama appunto “il nostro tutto” (Ep. 66,8) e ne esalta il fascino e l'importanza assoluta, unica.
17,9. “E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: Non parlate a nessuno di questa visione finché il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti”. La Trasfigurazione è in rapporto con la futura Risurrezione, ne è un saggio. Gesù, umile e realista, proibisce ai tre discepoli di far conoscere, prima del tempo, la visione goduta sul Tabor. Essi “credettero prestando ascolto ed ubbidendo a Cristo”, commenta Eutichio (o.c., n. 323). Ormai non rifiutano più “la parola della croce” (1Cor 1,18), anche se, fino alla Pentecoste, non riescono a portarla alla perfezione, come rileva S. Bernardo.
Lino Cignelli ofm, professore dello S.B
http://198.62.75.1/www1/ofm/san/TAB02ci3_It.html
LA TRASFIGURAZIONE IN MATTEO
LA TRASFIGURAZIONE
VANGELO DI SAN MATTEO : 17, 1-13
17:1Sei giorni dopo, Gesù prese con sé tre discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni fratello di Giacomo, e li condusse su un alto monte, in un luogo solitario. 2Là, di fronte a loro, Gesù cambiò aspetto: il suo volto si fece splendente come il sole e i suoi abiti diventarono bianchissimi, come di luce. 3Poi i discepoli videro anche Mosè e il profeta Elia: essi stavano accanto a Gesù e parlavano con lui. 4Allora Pietro disse a Gesù: "Signore, è bello per noi stare qui. Se vuoi, preparerò tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia".
5Stava ancora parlando, quando apparve una nuvola luminosa che li avvolse con la sua ombra. Poi, dalla nuvola venne una voce che diceva: "Questo è il Figlio mio, che io amo. Io l'ho mandato. Ascoltatelo!".
6A queste parole, i discepoli furono talmente spaventati che si buttarono con la faccia a terra. 7Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: "Alzatevi! Non abbiate paura!". 8Alzarono gli occhi e non videro più nessuno: c'era infatti Gesù solo. 9Mentre scendevano dal monte, Gesù diede quest'ordine ai discepoli: "Non dite a nessuno quel che avete visto, fino a quando il Figlio dell'uomo sarà risuscitato dai morti".
10Poi i discepoli fecero una domanda a Gesù:
- Perché dunque i maestri della Legge dicono che prima di tutto deve tornare il profeta Elia?
11Egli rispose:
- È vero, prima deve venire Elia per mettere in ordine ogni cosa. 12Vi assicuro però che Elia è già venuto, ma non l'hanno riconosciuto e gli hanno fatto quel che hanno voluto. Allo stesso modo faranno soffrire anche il Figlio dell'uomo. 13Allora i discepoli capirono che aveva parlato di Giovanni il Battezzatore.
Note
17, 3 Mosè ed Elia: probabilmente per indicare la Legge e i profeti; entrambi i personaggi avevano avuto rivelazioni sul monte Sinai; Elia era atteso come precursore del Messia (cfr. 11, 10 e nota).
17,4 tre tende: forse è un'allusione alla festa delle Capanne, che ricordava i giorni dell'Esodo (vedi Esodo 32,16; vedi Levitico 23,27-34; vedi Deuteronomio 16,13).
17,5 nuvola luminosa: la nube è segno della presenza divina; vedi Marco 13,26 e nota.
http://www.labibbia.org/pls/bibbiaol/GestBibbia_int2.Ricerca?Libro=Matteo&Capitolo=17
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VANGELO DI SAN MATTEO : 17, 1-13
17:1Sei giorni dopo, Gesù prese con sé tre discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni fratello di Giacomo, e li condusse su un alto monte, in un luogo solitario. 2Là, di fronte a loro, Gesù cambiò aspetto: il suo volto si fece splendente come il sole e i suoi abiti diventarono bianchissimi, come di luce. 3Poi i discepoli videro anche Mosè e il profeta Elia: essi stavano accanto a Gesù e parlavano con lui. 4Allora Pietro disse a Gesù: "Signore, è bello per noi stare qui. Se vuoi, preparerò tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia".
5Stava ancora parlando, quando apparve una nuvola luminosa che li avvolse con la sua ombra. Poi, dalla nuvola venne una voce che diceva: "Questo è il Figlio mio, che io amo. Io l'ho mandato. Ascoltatelo!".
6A queste parole, i discepoli furono talmente spaventati che si buttarono con la faccia a terra. 7Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: "Alzatevi! Non abbiate paura!". 8Alzarono gli occhi e non videro più nessuno: c'era infatti Gesù solo. 9Mentre scendevano dal monte, Gesù diede quest'ordine ai discepoli: "Non dite a nessuno quel che avete visto, fino a quando il Figlio dell'uomo sarà risuscitato dai morti".
10Poi i discepoli fecero una domanda a Gesù:
- Perché dunque i maestri della Legge dicono che prima di tutto deve tornare il profeta Elia?
11Egli rispose:
- È vero, prima deve venire Elia per mettere in ordine ogni cosa. 12Vi assicuro però che Elia è già venuto, ma non l'hanno riconosciuto e gli hanno fatto quel che hanno voluto. Allo stesso modo faranno soffrire anche il Figlio dell'uomo. 13Allora i discepoli capirono che aveva parlato di Giovanni il Battezzatore.
Note
17, 3 Mosè ed Elia: probabilmente per indicare la Legge e i profeti; entrambi i personaggi avevano avuto rivelazioni sul monte Sinai; Elia era atteso come precursore del Messia (cfr. 11, 10 e nota).
17,4 tre tende: forse è un'allusione alla festa delle Capanne, che ricordava i giorni dell'Esodo (vedi Esodo 32,16; vedi Levitico 23,27-34; vedi Deuteronomio 16,13).
17,5 nuvola luminosa: la nube è segno della presenza divina; vedi Marco 13,26 e nota.
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MARIA DI BETANIA IN MARCO
MARIA DI BETANIA
VANGELO DI SAN MARCO : 14, 3-9
Una donna versa profumo su Gesù
(vedi Matteo 26,6-13; Luca 7,36-38; Giovanni 12,1-8)
3Gesù si trovava a Betània, in casa di Simone, quello che era stato lebbroso. Mentre era a tavola, venne una donna con un vasetto di alabastro pieno di un profumo molto prezioso, nardo purissimo. La donna spaccò il vasetto e versò il profumo sulla testa di Gesù.
4Alcuni dei presenti, scandalizzati, mormoravano tra loro: "Perché tutto questo spreco di profumo? 5Si poteva venderlo per trecento monete d'argento e poi dare i soldi ai poveri!". Ed erano furibondi contro di lei.
6Ma Gesù disse loro: "Lasciatela in pace! Perché la tormentate? Questa donna ha fatto un'opera buona verso di me. 7I poveri, infatti, li avete sempre con voi e potete aiutarli quando volete, ma non sempre avete me. 8Essa ha fatto quel che poteva, e così ha profumato in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9Io vi assicuro che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato il messaggio del Vangelo, ci si ricorderà di questa donna e di quel che ha fatto".
Note
14, 3 Betània: vedi nota a cfr. 11, 1. - Mentre era a tavola: probabilmente era sdraiato secondo l'uso degli antichi. - nardo: pianta importata dall'India, da cui si ricavava un olio profumato molto prezioso.
14,8 sepoltura: gli Ebrei avevano l'abitudine di spalmare i cadaveri con unguenti e profumi.
http://www.labibbia.org/pls/bibbiaol/GestBibbia_int2.Ricerca?Libro=Marco&Capitolo=14
http://groups.google.com/group/studio-biblico?hl=it
VANGELO DI SAN MARCO : 14, 3-9
Una donna versa profumo su Gesù
(vedi Matteo 26,6-13; Luca 7,36-38; Giovanni 12,1-8)
3Gesù si trovava a Betània, in casa di Simone, quello che era stato lebbroso. Mentre era a tavola, venne una donna con un vasetto di alabastro pieno di un profumo molto prezioso, nardo purissimo. La donna spaccò il vasetto e versò il profumo sulla testa di Gesù.
4Alcuni dei presenti, scandalizzati, mormoravano tra loro: "Perché tutto questo spreco di profumo? 5Si poteva venderlo per trecento monete d'argento e poi dare i soldi ai poveri!". Ed erano furibondi contro di lei.
6Ma Gesù disse loro: "Lasciatela in pace! Perché la tormentate? Questa donna ha fatto un'opera buona verso di me. 7I poveri, infatti, li avete sempre con voi e potete aiutarli quando volete, ma non sempre avete me. 8Essa ha fatto quel che poteva, e così ha profumato in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9Io vi assicuro che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato il messaggio del Vangelo, ci si ricorderà di questa donna e di quel che ha fatto".
Note
14, 3 Betània: vedi nota a cfr. 11, 1. - Mentre era a tavola: probabilmente era sdraiato secondo l'uso degli antichi. - nardo: pianta importata dall'India, da cui si ricavava un olio profumato molto prezioso.
14,8 sepoltura: gli Ebrei avevano l'abitudine di spalmare i cadaveri con unguenti e profumi.
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MARTA E MARIA DI BETANIA IN LUCA
MARTA E MARIA DI BETANIA IN LUCA
VANGELO SECONDO SAN LUCA : 10,38-42
[38]Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. [39]Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; [40]Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». [41]Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, [42]ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».
http://www.maranatha.it/Bibbia/5-VangeliAtti/49-LucaPage.htm
VANGELO SECONDO SAN LUCA : 10,38-42
[38]Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. [39]Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; [40]Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». [41]Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, [42]ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».
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MARTA E MARIA IN GIOVANNI
MARTA E MARIA DI BETANIA IN GIOVANNI
VANGELO SECONDO SAN GIOVANNI : 11,1-12,11
Risurrezione di Lazzaro
[1]Era allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. [2]Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. [3]Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, il tuo amico è malato».
[4]All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato». [5]Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. [6]Quand'ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava. [7]Poi, disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». [8]I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». [9]Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; [10]ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce». [11]Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo». [12]Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s'è addormentato, guarirà». [13]Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. [14]Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto [15]e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!». [16]Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
[17]Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era gia da quattro giorni nel sepolcro. [18]Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia [19]e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. [20]Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. [21]Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! [22]Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». [23]Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». [24]Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno». [25]Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; [26]chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». [27]Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo».
[28]Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama». [29]Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. [30]Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. [31]Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là». [32]Maria, dunque, quando giunse dov'era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». [33]Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: [34]«Dove l'avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». [35]Gesù scoppiò in pianto. [36]Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!». [37]Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?».
[38]Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. [39]Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, gia manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni». [40]Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?». [41]Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. [42]Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». [43]E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». [44]Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».
I capi Giudei decidono la morte di Gesù
[45]Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui. [46]Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. [47]Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni. [48]Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». [49]Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla [50]e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». [51]Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione [52]e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. [53]Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.
[54]Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli.
L'avvicinarsi della Pasqua
[55]Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. [56]Essi cercavano Gesù e stando nel tempio dicevano tra di loro: «Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa?». [57]Intanto i sommi sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunziasse, perché essi potessero prenderlo.
Giovanni - Capitolo 12
L'unzione di Betania
[1]Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. [2]Equi gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. [3]Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento. [4]Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: [5]«Perché quest'olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». [6]Questo egli disse non perché gl'importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. [7]Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. [8]I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
[9]Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. [10]I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, [11]perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
http://www.maranatha.it/Bibbia/5-VangeliAtti/50-GiovanniPage.htm
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VANGELO SECONDO SAN GIOVANNI : 11,1-12,11
Risurrezione di Lazzaro
[1]Era allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. [2]Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. [3]Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, il tuo amico è malato».
[4]All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato». [5]Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. [6]Quand'ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava. [7]Poi, disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». [8]I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». [9]Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; [10]ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce». [11]Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo». [12]Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s'è addormentato, guarirà». [13]Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. [14]Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto [15]e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!». [16]Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
[17]Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era gia da quattro giorni nel sepolcro. [18]Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia [19]e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. [20]Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. [21]Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! [22]Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». [23]Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». [24]Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno». [25]Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; [26]chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». [27]Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo».
[28]Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama». [29]Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. [30]Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. [31]Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là». [32]Maria, dunque, quando giunse dov'era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». [33]Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: [34]«Dove l'avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». [35]Gesù scoppiò in pianto. [36]Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!». [37]Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?».
[38]Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. [39]Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, gia manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni». [40]Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?». [41]Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. [42]Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». [43]E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». [44]Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».
I capi Giudei decidono la morte di Gesù
[45]Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui. [46]Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. [47]Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni. [48]Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». [49]Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla [50]e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». [51]Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione [52]e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. [53]Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.
[54]Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli.
L'avvicinarsi della Pasqua
[55]Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. [56]Essi cercavano Gesù e stando nel tempio dicevano tra di loro: «Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa?». [57]Intanto i sommi sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunziasse, perché essi potessero prenderlo.
Giovanni - Capitolo 12
L'unzione di Betania
[1]Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. [2]Equi gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. [3]Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento. [4]Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: [5]«Perché quest'olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». [6]Questo egli disse non perché gl'importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. [7]Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. [8]I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
[9]Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. [10]I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, [11]perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
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